L’ETÀ DELL’INNOCENZA

Il tramonto era il momento che preferiva.
Non perché le colline verdeggianti sfumavano in un panorama di favola, e non perché i riflessi a bordo piscina narravano storie color pastello e innocenza, in una lingua che lei non parlava più.
Giorgia si tirò su dalla sdraio, l’aperitivo appena assaggiato, il cocktail finito, il costume asciutto, la piega perfetta.
Il bagno non lo faceva mai. Le si rovinavano i capelli, il trucco, la pelle.
Un ricordo improvviso, vivido come una clip in alta risoluzione, si affacciò dal palazzo della memoria. Capelli fradici, sudore e sapore di sabbia e mare, labbra gonfie di sale e baci, tanto tempo prima. Quando la gioventù, quando le speranze, quando l’amore e la vita.
Scosse la testa per cacciarlo via. Certi giorni doveva scuoterla fortissima per restare presente a se stessa, alla sua vita.
Alla sua bellissima vita, ci teneva a precisare.
Chi stava meglio di lei? Gli amici giù in città, che aveva abbandonato a una carovana di appuntamenti e attese telefoniche, che – solo nei casi più fortunati, ed era tutto dire – terminavano in un rapporto di usura quotidiana? Sua sorella, ostaggio in una relazione che aveva voluto più del suo sequestratore, e che alzava il prezzo del riscatto una gravidanza dopo l’altra? Sua madre e suo padre, mosche immobili in una tela di patologie complementari?
Nessuno poteva reggere il confronto.
Lei aveva vinto tutto, lei aveva trovato Riccardo, o lui aveva trovato lei.
Nel momento più terribile della sua vita, quando ogni sogno di felicità e appagamento era stato spazzato via (“sinceramente, Giorgia, non so cosa ci abbia trovato, ha una faccia da rana che non ti dico”), Riccardo l’aveva salvata. Le aveva promesso tranquillità e riposo da quel dolore che la rodeva, la consumava, la privava sia della luce del giorno sia del ristoro notturno, finché l’unica strada possibile per trovare sollievo da quella pena incessante era sembrata l’autodistruzione.
Troppo razionale per dare un taglio definitivo alla vita, Giorgia aveva scelto una non-vita che serviva bene allo scopo di stordirla, di allontanare i ricordi, il suo ex che la faceva ballare sul ritmo del timer del forno mentre la loro cena bruciava e il loro amore bruciava e la loro pelle bruciava e ogni cosa intorno a loro non valeva niente. Cosa rimane di valore, se ciò che valeva prima non c’è più? Così niente intorno a lei valeva più nulla, nemmeno lei stessa.
Finché in un bar, in un banale Capodanno di miseria e solitudine, Riccardo l’aveva trovata. Prima aveva dovuto perdersi, lui con il suo autista, in quel quartiere bizzarro, in cui era stato facile entrare ma da cui pareva impossibile sganciarsi. Poi l’aveva scovata in un bar, fra cocktail amareggiati e speranze disattese. Infine l’aveva sposata, prima di San Valentino. Era troppo bella, le diceva, per regalare alla tristezza anche solo un altro giorno. Lei annuiva, sorrideva, scuoteva sempre la testa prima dei suoi baci, dopo il suo letto. Lui lo trovava un gesto carino. 
Un lieve tintinnio le ricordò che la cena stava per essere servita. Quando non c’era Riccardo – e non c’era mai – nessuno pretendeva che si vestisse per la tavola, perciò si concedeva di restare a bordo piscina fino allo scampanio serale (il funerale del giorno, le piaceva pensare), e rientrava a spiluccare due bocconi sorseggiando vino bianco, talvolta mezza bottiglia, talvolta una intera, magari uno o due drink per favorire il sonno.
Il personale non riferiva niente al padrone di casa in merito alla sua strana dieta, non ancora, erano troppo intenti a compiacerla, la studiavano, non capivano che padrona di casa sarebbe diventata, silenziosa e bellissima, magra e piena di tic. Solo quel suo scuotere la testa all’improvviso, infatti, li impensieriva, e ogni sera al tramonto si domandavano se al mattino dopo avrebbero trovato una sorpresa nella camera padronale, una donna magra e bellissima, silenziosa e senza più tic.
Ma finché ci sarebbe stato il tramonto a disarmare il giorno, drink più sostanziosi e la solitudine dell’alcova vuota in cui scuotere la testa per allontanare gli echi della vita passata che trasfiguravano giorno dopo giorno da ricordo ad allucinazione, Giorgia avrebbe resistito. Lo doveva a suo marito, a Riccardo, l’unico uomo che aveva mantenuto ogni promessa fatta. 
Ciò che in quelle promesse non era stato menzionato, ormai, non se l’aspettava più da nessuno.

Alidaria
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