BREAKFAST CLUB

È sempre la paura, si scoprì a realizzare Giuliana tirandosi a forza fuori dal letto.

Non fu una grande illuminazione, non di quelle che avrebbero cambiato il mondo, ma riempì per alcuni minuti il ronzio delle sue fobie che giravano a vuoto, mai contente, mai sazie.

Che melma emotiva bipolare che eravamo tutti quanti, si disse sconfortata. Certo ci si sentiva meno soli a realizzare che schiavi e monarchi erano mossi dallo stesso imperativo. La paura del rifiuto, la paura di essere abbandonati, la paura di perdere potere o amore o anche paura di schiattare o, al contrario, di vivere.

E anche senza diventare così zen all’improvviso, anche restando terra terra, le mille spiegazioni che conseguivano a quel lampo di genio relativo le piacevano comunque.

Si sentiva soddisfatta per un minuto, contenta di aver messo a posto il caos, un cassetto del comodino infinito del caos reale, ma pur sempre una cosa archiviata e messa via.

Per esempio, perché stava scendendo a fare colazione un minuto dopo la sveglia? Lei odiava mangiare appena sveglia. Odiava anche parlare così presto, odiava fare qualunque cosa che non fosse una lunga e lenta decompressione semiletargica, finché alzarsi non diventava un’impellenza biologica.

Eppure in quella casa non aveva mai mancato un caffè delle otto.

Perché lo preparava lui (come se lei non si facesse il caffè da sola da vent’anni).

Perché poi andava al lavoro, e non si sarebbero visti fino a sera (ma perché tornava sempre in quella casa con le scale – che lei odiava – e non pretendeva mai che almeno una volta si vedessero da lei?).

Perché era una cosa carina condividere un momento che per lui era importante (come faceva a essere importante il latte coi biscotti per un uomo adulto?).

Perché una volta le aveva detto che appena sveglia era bellissima e voleva essere pensarsi e vedersi così ogni volta, perché al piano di sopra faceva un freddo cane senza di lui nel letto, perché voleva pensare di avere qualche tradizione con lui, ma pur piazzando a ogni scalino un perché da manuale, Giuliana arrivava al piano di sotto con un sorriso di legno e uno scazzo infinito.

Si sedeva di traverso, stava scomoda, biascicava, masticava controvoglia, e comunque al terzo sorso di quel latte di soia che sapeva di cartone, Max era già in ascensore con la borsa della palestra del giorno prima, sei minuti di ritardo cronico e il bacio di saluto puntualmente rimandato alla sera con tante scuse per averlo dimenticato al mattino. Poi le restava tutta la mattina e il pomeriggio per gironzolare per la casa da sola domandandosi per nove ore come poteva passare la giornata, lavoricchiando con scarsi risultati, e impazzendo nell’ultima mezz’ora pettinandosi e truccandosi di corsa, maledicendo l’orologio sempre rotto della cucina.

Ecco, anche questa cosa la infastidiva a morte di sé stessa.

Perché si comportava sempre così? Perché si teneva per lei quello strazio quotidiano – chissà se c’era una parola opposta alla joie de vivre – e appena lui rientrava, lei si precipitava a indossare la faccia del come-sono-contenta-di-esistere-per-te e la teneva su fino all’ora della buonanotte?

Ogni giorno si rinchiudeva in una scatola da cui riusciva fuori alla sera come un pupazzo a molla, sempre allegro e partecipe, ma dentro quella scatola c’erano solo insensatezza e solitudine, angoscia e malmostosità, noia nei giorni buoni.

E ogni sera si rimetteva nella scatola rassegnata, rimandando a un ipotetico domani il momento in cui avrebbe cercato e magari trovato la risposta a quel malumore, e se e quando avesse scoperto che era colpa di Max gliel’avrebbe detto, o no, magari le cose sarebbero cambiate, qualcosa si sarebbe aggiustato, e il tasto magico del “tutto va bene ora” sarebbe stato premuto, messo in moto, un deus ex machina qualunque, che però tardava ad arrivare.

E mentre pensava tutte queste cose, riponendo le tazze in lavastoviglie e scorrendo senza vederle migliaia di pagine sul cellulare, la giornata passava, ed ecco inanellata un’altra perla della loro relazione fatta di centinaia di questi giorni tutti uguali – ma vista così, si poteva dire che stessero realmente insieme? Si poteva dire di chiunque?

Per tutti questi motivi, e con questo umore spettacolarmente tetro, quella sera Giuliana fu di poche parole, pensierosa e assente, e Max si convinse che fosse stanca e le parlò ancora meno per lasciarla riposare. Naturalmente lei ci vide un pessimo segnale invece che una cura, e tardò di conseguenza a prendere sonno, riflettendo su decisioni estreme e titillandosi la testa con le mille proiezioni in cui avrebbe potuto essere più felice fuori da quella scatola maledetta, lontana dalla paura. Se era la paura, se era solo quella il motivo, allora era un motivo sbagliato. Allora non c’era più nessun motivo.

La mattina dopo si sveglio per il freddo. Non era una novità in quella casa, però era una novità provarlo nel letto. Mosse i piedi con circospezione, tentando di non beccare Max con un calcio involontario, ma a quanto vide non c’era pericolo. Di lui nessuna traccia, e anche la luce era diversa. Le maledette tende dovevano essersi arricciate di nuovo da sole.

Si tirò fuori da quel sudario gelato e croccante che diventava il lettone appena restava pieno per metà ed entrò nel cardigan battendo i denti apertamente. Sperava di farsi sentire, anzi, visto che quella casa sembrava odiarla e Giuliana non faceva mistero di ricambiarla in pieno.

Cominciò a ingranare la carica di rodimenti quotidiani mentre rifaceva il letto (perché devo sempre rifarlo da sola, perché è tutta una corsa per stare ai suoi orari, perché sto correndo verso un’altra giornata senza senso…), e infine si rassegnò a scendere per la colazione. Ma già al terzo gradino sapeva che qualcosa non andava, la luce era diversa anche di sotto, e di sotto le tende funzionavano, e quel silenzio a cui non aveva dato peso appena sveglia cominciò a rimbombarle nella testa.

Al piano di sotto non c’era nessuno. Lavello vuoto, nemmeno l’odore del caffè a testimoniare che qualcuno, che lui c’era stato poco prima. Il bagno di servizio, forse? Camminò rapida verso il sottoscala, convincendosi che non stava correndo a cercare Max, figurarsi, Max era proprio l’ultimo dei suoi bisogni, non entrava nella scatola e non entrava nel quadro, era solo l’ansia di rimettere a posto un dettaglio sbagliato, quella cosa storta che non riusciva a spiegarsi, che non quadrava più niente, e il bagno era vuoto, e dove cazzo era andato Max e perché non l’aveva svegliata e dov’era, e lei non respirava quasi più per l’agitazione, e ora correva, sì, correva verso la finestra, per guardare nel parcheggio, per cercare una traccia di lui, la macchina, dove vuoi che vada senza la macchina, ora mi calmo, la trovo e mi calmo.

La macchina non c’era.

Giuliana si lasciò andare contro il vetro soffiando come un gatto, scivolò a terra sulle ginocchia, gli occhi sbarrati, tutto il suo mondo in mille pezzi. Odiava le prime volte, soprattutto quelle brutte, e sì, era brutta, lui si era svegliato e se n’era andato, e lei non l’aveva sentito, forse si era anche mosso piano per non farglielo sapere, perché mentre lei era la protagonista del suo video personale in cui tutti erano cattivi e lei non sbagliava mai, lui doveva essersi stufato di quel muso onnipresente, di quel disagio contagioso, e se l’era lasciata alle spalle, era fuggito, e adesso lei doveva pensare a cosa fare, dove andare, forse doveva farsi le valigie e assecondare con eleganza il suo accenno ad andare al diavolo, magari in giro c’era anche un biglietto con le istruzioni su dove lasciare le chiavi, oh, sì, Giuliana ne era certa, lo avrebbe trovato e avrebbe pianto lacrime amarissime e le perle tutte uguali dei loro giorni insieme ora rilucevano di rimpianto, come si sta fuori dalla scatola, Giu-Giu, si sta bene?

In piena crisi isterica, nemmeno sentì le chiavi nella porta, e quando Max la localizzò ai piedi della finestra si precipitò nel panico pensando che fosse scivolata e svenuta. La tirò su come morta mentre lei riprendeva coscienza del mondo intorno fra le lacrime.

“Che è successo? Perché piangi, sei stata male, ti sei fatta male?”

“Sei tornato. Sei tornato”, gli nascose il naso nel collo, respirandolo, annusandolo.

“Gesù, Giuli. Hai il naso bagnato, sei gelata. Andiamo a lavarci la faccia, raccontami.”

Lui la guidava verso il bagno, e le sembrò che la casa riprendesse colore.
I paranoici scenari in bianco e nero saturo che l’avevano accompagnata negli ultimi minuti si dissolvevano pigramente come residui di un incubo, e come tali tuttavia restavano sospesi ai bordi di quel quadro strano, senza senso.

“Dov’eri, quando te ne sei andato? E perché sei tornato su?”

“È ora di pranzo, io torno sempre a pranzo il venerdì”, le parlava come una matta, o come a una bambina. Era abituato alle sue stranezze, le amava e dove non riusciva proprio, le tollerava. Considerato quanto erano estese, era già più di quanto avrebbe fatto un altro.

“Ora di pranzo?”

“Ma sì, stanotte non hai chiuso occhio, e la sveglia nemmeno l’hai sentita. Sono andato al lavoro e ti ho lasciato dormire. Non pensavo che tirassi fino all’una.”

“L’una…”, Giuliana alzò gli occhi al termostato con l’ora. Era rotto nove volte su dieci ed era abituata a non tenere conto di quello che c’era scritto. Aveva letto qualcosa scendendo, ma il suo cervello aveva filtrato. Forse doveva smettere di filtrare e cominciare a vedere realmente.

Tirò su col naso e accennò un sorriso in stile ‘sole dopo la tempesta’.

“Ho fame”, dichiarò.

“Vuoi uscire a pranzo? Facciamo in tempo.”

“Sono ancora in pigiama, dovrei prepararmi…”

“Ma no, mettiti qualcosa al volo e andiamo. Sei bellissima”, e il cuore le perse un colpo.

Come poteva non esserci un motivo?

“Sai cosa? Facciamo colazione”, e si diresse al frigo. Che si fottesse la soia. Oggi era un giorno speciale, giorno di cappuccino.

“Colazione?” Max entrò in cucina dubbioso. “Non sei mai stata una fan della colazione.”

“Davvero? Perché dici così?”

“Insomma, scendi solo perché faccio colazione io. Lo so che è così, perché a casa tua non la facciamo mai…”

Giuliana aprì la bocca per replicare, per fortuna lui continuò.

“…io però sono un egoista bastardo e finché stai con me sono contento e basta”, concluse alle sue spalle accennando un abbraccio. Temeva la tempesta, non osava stringerla del tutto prima di vedere la sua reazione. Ma che razza di donna stava diventando lei per tenere un uomo così dolce sulla corda?

Lo strinse lei voltandosi, ma fu solo un momento.

“Vai al bar. Dopo mezzogiorno danno via le paste a metà prezzo. Ne voglio almeno tre.”

“Sicura? Guarda che io ci vado, eh.”

“Vai”, lo spinse via Giuliana, cominciando a tirar fuori le tazze dalla lavastoviglie. Le si strinse il cuore a pensarlo solo in quella stanza, a metter via i piatti senza far casino. Quanto doveva essere stata a pezzi per non sentire i rumori del mattino, lui che preparava il caffè, che ripuliva, la vita che iniziava.

È che certe volte dentro quella scatola i rumori arrivavano attutiti. Quelli della vita, da fuori, ma anche qualche grido d’aiuto che veniva da dentro, poteva perdersi. Bastava lasciare una porta aperta, tra la scatola e il mondo, tra lei e Max. Magari anche un deus ex machina così avrebbe trovato una strada più facile per arrivare.

Si girò a guardare la casa, che anche se era vuota ora non era più grigia, non era più una nemica, non faceva più paura.

Chissà, magari era già arrivato.

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