LA FINE DEL MONDO

“Allora, me lo fai vedere o no?”

Daniele ne aveva davvero le palle piene di questa storia. Certo era un modo di dire incoerente con la realtà dei fatti: ogni volta che si incontravano per discutere del bambino, lui e Stefania finivano col farsi una scopata di quelle che bastavano per un mese. Lui ‘sto bambino non l’aveva mai visto, non ne conosceva il nome, il carattere, l’odore.

Però era successo che una volta, un po’ di tempo fa, lei che era una sua ex compagna di letto e che non aveva nessuna storia e insomma, andava per i quaranta, aveva detto scherzando che lui sarebbe stato un donatore niente male.

E poi era successo anche che lui, che aveva un bel po’ di anni di meno e che filava con Valentina senza via d’uscita da un bel pezzo e che rimpiangeva i bei tempi in cui ogni volta che aveva un po’ di noie finiva tra le cosce di Stefania senza conseguenze, aveva risposto che anche lei sarebbe stata una bella banca in cui piazzare una donazione.

E alla fine era successo che gioca e scherza Stefania era rimasta incinta, e che sempre ridendo e scherzando il bambino l’aveva avuto senza dirgli un cazzo, e che era sparita dalla circolazione finché non era stata sicura che poteva rifarsi viva senza danni.

E adesso invece stava succedendo la solita solfa, che lui le faceva un pressing esagerato sul telefono per incontrarla e farsi dire qualcosa, almeno farsi mostrare una cazzo di foto dal telefono, e loro che tra un ‘Hai rotto il cazzo, io me ne vado’ e il supersentito ‘Si tratta anche di mio figlio’, finivano a pomiciare in un parcheggio come due coglioni allupati. Al motel dell’aeroporto i documenti non glieli chiedevano nemmeno più.

Quindi, pensava Daniele alla fine della solita tiritera post-coito, le palle piene sarebbe stato meglio che se le fosse tenute davvero. Lo diceva senza remore, non sentiva nessuna blasfemia contro quel figlio che non aveva mai visto, che non gli stimolava nessun sentimento. L’imperativo biologico gli ordinava di farsi avanti e di forzare la madre a obbedirgli, a riconoscere la sua autorità e il suo merito, ma nessuna fibra del cuore era coinvolta in questa guerra con lei.

“Oh, va’ che ti ho fatto una domanda. Non è che devi sempre scappare via e mollarmi dietro come uno stronzo.”

Stefania si rivestiva in fretta, un occhio all’orologio, uno alle calze da tirare su con cura, da non rompere.

Sembrava retorica, sembrava finto ogni volta, eppure davvero nessuno dei due voleva finire lì dentro così spesso. Non avevano mai preservativi, vestiti di ricambio, comfort nemmeno improvvisati. Lottavano davvero e sinceramente, contro la puntuale sconfitta dell’uno contro l’altra. Lui non avrebbe avuto suo figlio, lei non avrebbe avuto la soddisfazione di restare vestita almeno una volta.

“Me ne vado. Ho un compleanno fra due ore e devo fare il giro del mondo per passare al nido.”

“Compleanno di chi?”

“Non ricominciare”, soffiò via tra i sospiri Stefania recuperando dalle lenzuola i braccialetti. Infinite perline che tintinnavano durante il sesso contro la testiera del letto, contro la portiera dell’auto, contro i ninnoli che rovesciavano dai tavolini di stanze sconosciute. Oggi glieli aveva sfilati a forza perché gli facevano male, li sentiva fra le nocche mentre le teneva i polsi sopra la testa. Era un gesto nato dal prenderle le mani, che si era trasformato in quella pantomima giocosa di violenza perché sapeva che l’avrebbe spaventata meno della verità. Prenderle le mani durante il sesso, Gesù. Ovvero come farla schizzare via dalla stanza in due secondi.

“Pensi che sia geloso?”

“No, Daniele, lo so che sai che parlo di un altro bambino.”

“E perché non mi dici un cazzo della vostra vita? Ma ti rendi conto che c’è tutto un mondo dietro questa cosa, di cui non faccio parte?”

“Non solo me ne rendo conto, ma ne sono proprio felice”, rispose lei infilandosi in bagno con le sue cose, portando un po’ la voce per la distanza. Impossibile capire quando mentiva, senza guardarla. Le cose importanti loro finivano sempre per dirsele da lontano o al telefono. Al sicuro.

Oggi non la faccio uscire di qui senza quella cazzo di foto, si disse Daniele alzandosi. Nonostante la stazza da sportivo appesantito, però, nudo però si sentiva un po’ esposto, ad andarle dietro mentre lei abbandonava il ring già vestita e alla ricerca dei soliti rimasugli. Perciò prima di infilare il bagno ed esporle il progetto di sequestrarla finché non avesse ceduto, recuperò boxer e maglietta e cercò di darsi un contegno.

Cristo“, pensò riflettendosi arruffato e imponente per un momento dietro di lei, bassa, elegante, sobria. “Sembro un orso incazzato.” Abbassò le spalle, sperò di assumere un’aria inoffensiva e cominciò a trattare.

“Forse non hai capito. Io non voglio invadere la vostra vita. Non voglio orari di visite e weekend alternati.”

“Allora siamo d’accordo, non vuoi niente.”

“Col cazzo. Io non voglio queste cose solo perché tanto tu non me le concederesti. Lo sai che farei tutto.”

“No, io so solo che sono in ritardo”, si allungò a prendere la spazzola dalla borsa e fu un solo istante poggiarle le mani sui reni e cominciare a massaggiarle la schiena. Che palle, però, che le cose funzionassero così. Che palle, la biologia.

“Dani, sono in ritardo, davvero”, la sua voce era già cambiata. Niente opposizione, solo la sua schiena stesa sulla consolle. Ora era tutta Dani e fusa.

Poteva essere un buon momento per contrattaccare, per una volta. Tanto a letto c’erano già stati.

“Perché non vuoi farmelo conoscere?”, rigidità in arrivo, subito un bacio sul collo. “Di cos’hai paura?”, le soffiò all’orecchio.

Punta sul vivo, lei azzardò un movimento di ribellione. Gli si girò di scatto contro per evitare di dargli la schiena, così sensibile.

“Io non ho paura di niente”, ma il suo ‘niente’ finiva proprio sul petto di lui che la pressava sul lavabo, che cominciava a essere interessato a tutt’altra conclusione.

“Cazzo, Stefi. Andiamo così d’accordo su certe cose, e su questa che è la cosa più importante…”, e l’aveva già poggiata contro lo specchio, cominciava già a spingerle contro il suo desiderio.

“Perché non stai zitto?”, ed era tutta aria e fiato, la voce le era sparita, rimasta in gola insieme con quelle cose che Daniele voleva strapparle fuori a colpi di fiducia, di insistenza e sì, di sesso, perché cazzo, bene come lo faceva con Stefania non gli era capitato mai in tutta la vita. Nè con Valentina che compensava la noia esaudendo qualunque fantasia, né con le ragazze che erano venute prima di quei due grandi capitoli, il Presente e il Passato, anzi, il Futuro Negato, come doveva chiamare quella stronza, quella che al momento gli si muoveva intorno, che era al centro di qualunque pensiero, volontà o aspirazione. Non aveva memoria di niente, quando erano lì appiccicati, né di quello che avevano avuto né di quello che li divideva, non aveva senso neppure l’orgasmo che arriva a a liberarli da quella maledizione. Lo inseguivano col fiatone, lo corteggiavano, lo volevano al più presto per togliere di mezzo l’ennesimo fallimento, e quello continuava a nascondersi dietro una carezza e un gemito, trasformando tutto ogni volta in una scopata perfetta, insuperabile fino a quella successiva, che ristabiliva un nuovo record.

Non ne sarebbero usciti mai, pensò Daniele mentre veniva quasi con dolore. Che tortura, che storia di merda.

Stefania scese dal lavabo con le ginocchia le tremavano.

I dodici anni che li separavano si notavano soprattutto per come reggeva meno di lui le sessioni movimentate. Stefi ci aveva sempre sofferto tanto, della loro differenza d’età, anche da scopamici. Chissà se questo poteva spiegare l’accanimento contro di lui fuori dalle stanze della vergogna. Se avesse accettato di parlarne, Daniele avrebbe potuto consolarla cominciando ad accusare i suoi trent’anni, la pancia, le birrette serali, la Play invece del basket. Forse una vita basata su compleanni pomeridiani e scopate notturne non era così male.

Mentre era impegnato a scacciare questo pensiero prima che lei glielo leggesse in viso, notò il cellulare di Stef che sporgeva dalla borsa. Lei era tornata sotto la doccia al volo, ma lui era ancora nel bagno dove avevano appena fallito l’ultimo tentativo di raccordo del mese.

Nemmeno il tempo di dirsi che non poteva assolutamente farlo, che aveva già tirato fuori il telefono, e già tutta la sua razionalità era crollata.

Pensava che la fine del mondo fosse andare a letto con Stefania? Che povero stronzo.

La fine del mondo era nei capelli rossi del nanetto sorridente sul salvaschermo, in quegli occhietti nocciola a mandorla che doppiavano i suoi.

La fine di ogni cosa che aveva conosciuto lo fissava da un completino da supereroe col mantello, allegro e sdentato, fragilissimo, inconsapevole e potente tanto da polverizzare ogni sogno, ogni legame, ogni scopo.

Avrebbe combattuto per lui, sarebbe morto per lui, e infine sarebbe diventato immortale, solo per sentirlo dire il suo nome.

No.

Non il suo nome.

“Papà”, sussurrò.

“Che cazzo fai?”, Stefania gli strappò il telefono di mano. “Non ti permettere mai più di toccare le mie cose. Fuori di qui. Ora hai rotto il cazzo davvero. Guarda che io…”

Ma nessuna parola poteva raggiungere Daniele, mentre si faceva cacciare dal bagno e tornava sul letto con lo sguardo nel vuoto.

Per la prima volta non sentiva il desiderio folle di avere ragione di lei, di lasciare il motel per non restare solo lì dentro con la sua colpa. Si sedette sul letto con una faccia che più da coglione felice di così non si poteva.

“Dani. Tu ami Valentina. La tua vita è con lei. Non ti rovinare, non rovinare tutto.”

“Io non amo un cazzo di nessuno, Stefi. Cioè, forse se dovessi scegliere ora, in questo momento, direi molto di più che amo te”, si affrettò a riprendersi mentre lei spalancava la bocca, “nel senso che sono molto più legato a te che a chiunque, quindi figurati che senso ha restare con lei, non abita più nemmeno da me.”

Avrebbe voluto parlarle tante volte di una storia che era andata avanti per anni senza arrivare da nessuna parte, che addirittura aveva cominciato ad andare indietro da quando lei era ricomparsa, senza pancia e con una luce nuova in viso. Ora era solo una formalità da risolvere. Ogni cosa che era stata importante aveva perso decine, centinaia di posizioni nella pole position delle sue priorità. Parecchie cose erano sparite del tutto.

“Non posso dirti cosa fare, non voglio prendere parte in questo. Voglio andare via subito, però, che non ho più tempo nemmeno per cambiarmi.”

La discussione era stata più pacata del previsto. Mentre si vestiva, Stefania doveva aver pensato che aveva tirato troppo una corda pericolosa, che poteva includere anche avvocati e spiacevolezze di vario genere, cose che solo l’ingenuità di Daniele e la sua cieca fiducia in lei avevano evitato finora.

Ma ormai aveva visto il bambino, ed essendo passata lei stessa per quell’incantesimo senza antidoto che era la consapevolezza di avere un figlio, sapeva che si trovavano su una strada senza ritorno.

Non sembrava nemmeno così incazzata.

“Infatti quello che devo fare lo farò comunque. Ora torno a casa e vedrò come muovermi. Però comunque io non mi fermo qui”, la guardò dritta in faccia sulla porta della camera, per assicurarsi che capisse bene la sua serietà. Alle loro spalle il letto era rifatto. Non l’avevano rifatto mai fino a quel giorno.

“Va bene. Va bene, ne riparliamo. Ora scappo, prima che becco l’uscita dagli uffici.”

“Stefi. Me lo fai rivedere un momento, prima?”

Lei tentennò un momento. Era un secondo che durava da due anni, lo sapevano entrambi. Poi capitolò, l’ennesima sconfitta. Magari questa volta però non ci sarebbero state più battaglie.

“Al primo semaforo ti mando la foto dal telefono, te lo prometto. Ora corro”, bacio sulla guancia. Non si baciavano mai dopo il sesso.

Buttò la borsa in macchina, accennò ad entrare, poi si girò di nuovo verso Daniele che cercava da fumare nel giubbotto. “Ne ho tante, di foto, sai.”

Sorrise lei, sorrise lui. Partì con l’auto lei, buttò il pacchetto intero lui.

Basta con le sigarette, intanto. E poi altro che sigarette, un sigaro ci voleva.

Per festeggiare la fine della guerra, un sacco di altre fini, un sacco di altri inizi.

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